IL COACHING


“Gli ostacoli sono quelle cose spaventose che vedi quando togli gli occhi dalla meta”.  (Henry Ford)


Il coaching è un intervento che, per mezzo della relazione facilitante che si instaura tra il coach e il cliente (definito anche coachee), consente di favorire lo sviluppo del potenziale del soggetto, attraverso l’individuazione di uno o più obiettivi concreti e autodeterminati che vengono perseguiti e raggiunti attraverso la progettazione di piani di azione autodeterminati.

Il termine “coaching” deriva dal verbo inglese “to coach”, che significa “condurre”, e rimanda anche al termine inglese “coach”, inteso come “vagone, carrozza del treno”. Ed è questo, in senso figurato, quanto ci si aspetta dal coaching: essere “accompagnati”, “condotti”, da una "stazione di partenza", una situazione ritenuta non soddisfacente o problematica, verso una "stazione di arrivo", cioè verso un obiettivo concreto, attraverso un viaggio che è costituito da un piano di azione determinato autonomamente dal cliente nella relazione con il coach (Pannitti, Rossi, 2012). Non si tratta quindi di una psicoterapia o di un sostegno psicologico: si rimane infatti ad un livello più superficiale, più centrato sugli obiettivi che il cliente si è posto, maggiormente focalizzati sullo sviluppo delle potenzialità, senza che ci sia da parte del cliente una richiesta di indagine del profondo. È tuttavia importante ricordare che si lavora comunque sulla soggettività della persona, e se il coach è uno psicologo abilitato (e non semplicemente una persona che ha seguito un breve corso sul metodo del coaching) potrà garantire una corretta analisi di tutti gli aspetti di personalità del coachee, risorse e limiti, in modo da fornire una valutazione più precisa e puntuale delle potenzialità e degli ostacoli, consci e inconsci, conducendo quindi il cliente in modo ottimale e più rapido verso il miglioramento richiesto, accompagnandolo sotto ogni aspetto dal "presente percepito" verso il "futuro desiderato". Lo psicologo infatti, a differenza del semplice coach, ha innanzitutto una formazione in ambito diagnostico: solo al primo è riconosciuta la possibilità di formulare ipotesi diagnostiche, e solo una corretta valutazione iniziale complessiva e non superficiale può essere una base solida su cui progettare un adeguato piano di azione per raggiungere in modo efficace gli specifici obiettivi. Lo psicologo ha inoltre le competenze psicologiche per valutare correttamente come gli interventi di coaching possono agire nel complessivo contesto delle dinamiche intrapsichiche dell’individuo.

La relazione tra coach e cliente (o coachee) è caratterizzata dal focus sul cliente, del quale vengono esplorate le motivazioni, la domanda, le potenzialità e gli obiettivi, con il coach nel ruolo di facilitatore di tale percorso, e pertanto pronto a favorire un’esplorazione comune all’interno della relazione, ma senza che vi sia da parte del coach un “dispensare consigli” o “dare informazioni” in senso generico.

In ogni caso l’intervento deve infatti partire dall’ascolto e dall’analisi della domanda portata dal singolo individuo, dalla possibilità di offrire un ascolto empatico, di intervenire (attraverso domande, chiarificazioni, feedback, ma anche silenzi) nell’elaborazione della richiesta portata dal soggetto, attraverso un ascolto che prenda in considerazione non solo i fatti, ma anche la più ampia dimensione del processo che ha determinato o determina ancora la situazione. In tal modo sarà possibile ridefinire il problema, evidenziandone le varie componenti, distinguendo i fatti dalle credenze personali, individuando le risorse e gli ostacoli, e definendo così una soluzione realizzabile attraverso un piano d’azione.

La relazione tra coach e cliente va inoltre a sostenere alcuni aspetti postivi del Sé del cliente, connessi principalmente al bisogno di riconoscimento del Sé all’interno della relazione, all’incremento della capacità di autoesplorazione e riflessione sul Sé, all’aumento della percezione di autoefficacia e di autostima, al sostegno della motivazione al cambiamento.

Lo sviluppo del potenziale del cliente rappresenta un punto centrale del coaching. Il coachee viene accompagnato verso una maggiore consapevolezza delle proprie potenzialità, e verso una scoperta di nuove potenzialità fino ad allora sconosciute o inibite e, grazie al loro riconoscimento e allenamento, egli può attivarsi per il raggiungimento degli obiettivi autodeterminati nella prima fase dell’intervento. Una volta attuato questo cambiamento, diviene possibile per il coachee, sulla base di quanto maturato fino a qui, perseguire in modo più integrato i propri obiettivi anche in futuro e in altri ambiti della sua vita, grazie ad una maggiore consapevolezza delle proprie potenzialità, una maggiore autonomia e senso di autoefficacia.

La progettazione di un piano di azione consente lavorare in modo pragmatico sul perseguimento degli obiettivi autodeterminati.

Alla sua base troviamo la teoria del Goal Setting, in base alla quale l’individuazione dell’obiettivo consente di incoraggiare e sostenere l’azione, andando a favorire l’orientamento dell’attenzione e delle energie sul compito, stimolando l’individuazione di strategie adeguate ad esso, e andando di conseguenza ad influenzare la prestazione del soggetto. L’obiettivo, una volta individuato, fissato ed inserito all’interno di un piano di azione, assume una funzione motivante che facilita la prestazione, in quanto favorisce un meccanismo di autoregolazione che consente di osservare, monitorare, valutare e rettificare il comportamento e la prestazione in base all’effettivo raggiungimento dell’obiettivo fissato. La definizione degli obiettivi da perseguire implica la necessità di individuare chiaramente ciò che si vuole ottenere, per poter pianificare come si vuole agire per ottenerlo, e di conseguenza mettersi concretamente in azione.

Gli obiettivi variano in base alla personale situazione e richiesta che ogni coachee porta con sé, ma possono variare anche in base ai diversi ambiti di intervento in cui vengono perseguiti. Esistono infatti diverse forme di coaching: coaching istituzionale o organizzativo (svolto all’interno di aziende, ma anche scuole, ospedali, ecc.), executive coaching (rivolto a manager aziendali), career coaching (finalizzato alla realizzazione professionale), life coaching (per sostenere l’autoefficacia e l’autosviluppo del singolo in vari aspetti della vita), coaching sportivo (rivolto all’atleta o allo staff per favorire lo sviluppo delle condizioni ottimali per migliorare la performance), team coaching (rivolto ai gruppi di lavoro).

In tutti questi contesti è sempre necessario, partendo dagli obiettivi individuati, sviluppare un coerente piano d’azione, che specifichi le aree di intervento, le azioni da compiere, lo sviluppo in termini temporali e di priorità, nonché gli eventuali ostacoli (interni o esterni) e facilitatori che si potranno incontrare, sostenendo al contempo un continuo monitoraggio dei risultati man mano raggiunti. Anche il piano di azione, come gli obiettivi, deve essere autodeterminato dal coachee; il coach in questa fase è chiamato a supervisionare il progetto, controllando che vi sia la necessaria coerenza tra l’obiettivo fissato in base non solo al futuro desiderato, ma anche alle azioni progettate e alle potenzialità di cui dispone il cliente. Sarà poi il coachee che, grazie anche all’attivazione di una serie di circoli virtuosi tra performance, consapevolezza e percezione di autoefficacia, potrà sviluppare le potenzialità necessarie a raggiungere gli obiettivi, guidato dal piano di azione elaborato insieme al coach.

Secondo John Whitmore (2006), infatti, il coaching consente di “liberare le potenzialità di una persona perché riesca a portare al massimo il suo rendimento; aiutarla ad apprendere piuttosto che limitarsi ad impartirle insegnamenti”.

BIBLIOGRAFIA

  • Pannitti A., Rossi F. (2012), “L’essenza del coaching. Il metodo per scoprire le potenzialità e sviluppare l’eccellenza”, FrancoAngeli, Milano.
  • Whitmore J. (2006), “Coaching”, Sperling & Kupfer, Milano.