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Segnali di pericolo nelle relazioni

12-01-2020 11:00

Dott.ssa Erika Debelli

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Segnali di pericolo nelle relazioni

Esistono "segnali" per riconoscere una potenziale relazione violenta? Possiamo riconoscerne alcuni, ricordando che ogni situazione va valutata singolarmente.

Relazioni e violenza

 

Le relazioni di coppia per quanto complesse, articolate, a volte faticose, dovrebbero garantire a chi le vive un certo benessere relazionale e un equilibrio di coppia che si rifletta poi anche nell’equilibrio personale. Non sempre è così. E ciò appare drammaticamente evidente nel caso in cui ci si trovi alle prese con le relazioni violente.

 

Nessuno sceglie consapevolmente di iniziare una relazione di coppia violenta (qualunque sia la forma che la violenza assume: violenza fisica, psicologica, sessuale, economica, stalking), eppure molte persone vi si ritrovano invischiate. Sono relazioni che non nascono così, non nascono violente e terrificanti, ma lo diventano, di solito dopo un inizio idilliaco, attraverso fasi e movimenti successivi che costruiscono una relazione violenta.

 

Si tratta nella maggior parte dei casi di situazioni in cui le donne sono vittime di mariti e compagni violenti, ma non bisogna sottacere il fatto che ultimamente sono sempre più frequenti i casi di uomini che richiedono aiuto in quanto vittime. Per semplificare, farò qui riferimento alla violenza che più spesso si incontra, quella dell’uomo sulla donna, ma senza dimenticare che non è l’unica.


 

Il ciclo della violenza

 

Cosa accade quando una relazione diventa violenta, e cosa fa sì che questa relazione continui, senza che la persona riesca ad allontanarsene ai primi segni di violenza (o senza che se ne allontani anche dopo i successivi episodi di violenza)?

 

Per descrivere la dinamica che porta alla costruzione al mantenimento di una relazione violenta possiamo fare riferimento al ciclo della violenza (Walker, 1979), in base al quale la relazione violenta si struttura attraverso quattro fasi tipiche, in un ciclo ricorsivo, che si ripete e si rinnova continuamente, rendendo difficile l'uscita: 

 

  1. Fase della luna di miele - Inizialmente c’è una fase idilliaca, di innamoramento, la cosiddetta “fase della luna di miele”, in cui tutto procede senza intoppi: i due si sono innamorati, il partner mette l'altro al centro del suo mondo, lo mette su un piedistallo facendolo/a sentire riconosciuto/a e amato/a, mentre il primo si sente confermato nel suo essere speciale perché il/la partner così degno/a di essere sul piedistallo lo ama, e così via, in un idillio che sembra senza fine.
     
  2. Fase della tensione - Ad un certo punto subentrano delle difficoltà, anche solo delle banali difficoltà quotidiane, ma infastidiscono estremamente il partner, che inizia ad attribuirne la colpa all'altro. Non lo fa a parole: il crescendo della tensione traspare dalla mimica e dai non detti. Possono esserci delle mezze frasi (il classico “tu sai perché…” quando si chiede spiegazione di tanto nervosismo) che fanno sentire che sfugge qualcosa, che non si capisce, che si sta perdendo il controllo. Iniziano vissuti di confusione, di disorientamento, e allora ci si può sforzare di essere gentile e di adeguarsi a quello che si pensa di intuire essere dietro al “tu dovresti saperlo”, di prevedere i desideri e gli umori del partner, cercando in tal modo di ridurre almeno un po’ la tensione, di avere di nuovo la sensazione di poter avere un controllo, ma di solito senza risultato. La violenza, anche se non si è ancora espressa, in qualche modo traspare, la si “respira” nell’aria. E spaventa, paralizza, confonde la vittima.
     
  3. Fase acuta della violenza - Quello che prima era solo nell’aria si concretizza attraverso agiti violenti: il partner aggredisce la vittima, la picchia, la insulta, la ferisce, le lancia oggetti addosso. Lei non riesce a reagire sia per i vissuti di impotenza e per la confusione che le rimane ancora addosso dalla fase precedente, dai non detti e da quel clima di tensione mai espressa chiaramente, sia per la paura che una qualunque reazione possa innescare una violenza ancora maggiore. E a volte per la vittima si tratta proprio di fare i conti semplicemente con la propria sopravvivenza. Gli agiti violenti possono a volte passare anche attraverso il canale della sessualità, con rapporti che non hanno nessuna valenza affettiva o di riavvicinamento nella coppia, ma rappresentano invece una semplice espressione del dominio di un partner sull'altro. La vittima subisce, intrappolata tra impotenza acquisita e desiderio di sopravvivenza, anche la violenza sessuale (perché, è il caso di ricordarlo, il fatto che ci sia una relazione di coppia – di qualunque tipo essa sia – non consente a nessuno di andare contro il consenso dell’altro: in questo caso si tratta di violenza sessuale).
     
  4. Fase delle scuse e della riconciliazione - Dopo l’agito violento si ha un calo della tensione quasi immediato; il partner violento sembra riacquisire il controllo di sé, sembra pentito, mortificato per quanto fatto, chiede scusa e si pente di tutto (ma ciò non significa che non ricomincerà). Il pentimento sembra effettivamente sincero e sentito. Tuttavia il più delle volte il pentimento si accompagna ad una minimizzazione dei fatti (“era solo uno schiaffetto, in una coppia si litiga, è normale”), oppure ad una attribuzione di tutte le responsabilità o alla compagna (“in fondo è colpa tua perché mi hai provocato”) o a cause esterne (“ero nervoso per il lavoro”). Spesso quindi non c’è una chiara ammissione delle responsabilità, lasciando il partner vittima confuso, con l'erronea percezione che si possano evitare altri agiti violenti comportandosi in modo diverso, non “provocando”, lasciandolo tranquillo dopo il lavoro, ecc. o a volte con l'erronea percezione di essere colpevole o quantomeno corresponsabile della violenza. Naturalmente non è così. Dopo le scuse ed il pentimento, il partner ritorna ad essere quel “principe azzurro” della fase iniziale, della luna di miele. Come se nulla fosse accaduto. E la ricerca di una coerenza coerenza interna nella vittima e di una sopravvivenza psichica le fa ritenere che in fondo “in fondo è anche buono… magari andrà meglio". E tutto ricomincia.
     


Segnali di pericolo

 

Se, come abbiamo visto sopra, le relazioni violente non iniziano come tali e lo diventano solo in un secondo tempo, potremmo chiederci se sia possibile individuare dei “segnali di pericolo” (Schimmenti, Craparo, 2016) che ci avvisino del possibile rischio di essere catturati in questa spirale della violenza, segnali che magari ci spingano a starne alla larga. Secondo Craver (2002) sì: esistono alcuni aspetti cui è necessario fare attenzione all’inizio di una relazione, in quanto potrebbero predire un possibile comportamento violento nel futuro:

 

  • Temperamento aggressivo: è forse la caratteristica più facilmente e immediatamente individuabile da chiunque, quella che intuitivamente tutti correliamo con un comportamento violento, ma che a volte sottovalutiamo. Una persona che si comporta di solito in modo irascibile, nervoso, violento in altri contesti (ad esempio con la cameriera al ristorante), o che si fa coinvolgere nei conflitti, o che se la prende con oggetti e persone, è più probabile che lo faccia anche in contesti intimi, di coppia. Anche le rassicurazioni offerte alla partner (“Tranquilla: a te non torcerei mai un capello!”) devono essere prese con cautela, in quanto nei fatti sta già dimostrando di avere la capacità e la facoltà di mettere in atto comportamenti violenti e di avere presumibilmente una scarsa capacità di regolazione affettiva. 
     
  • Attaccamento rapido: chi pare legarsi con eccessiva rapidità al partner all’interno della relazione (ad esempio con un “Ti amo” espresso troppo presto, magari dopo poche settimane, prima che ci si possa effettivamente conoscere), sembrerebbe essere più a rischio di manifestare agiti violenti in seguito. Ciò che questo comportamento segnala, infatti, non è tanto un vero attaccamento (che necessita di tempo per svilupparsi), quanto invece una impossibilità di entrare pienamente e profondamente in relazione con l'altro, di riconoscerne la soggettività, di riconoscerlo pienamente come altro da sé, mentre pare prevalere la visione dell'altro come oggetto-Sé, come oggetto al quale si richiede la soddisfazione dei propri bisogni che, se frustrati, potrebbero portare ad agiti violenti contro il partner che non riesce in fondo ad essere visto e riconosciuto. 
     
  • Isolamento del partner: Se i contatti con l'esterno e in generale con la rete sociale (amici, familiari, colleghi, ecc.) di uno dei due partner si riducono, è necessario prestare attenzione. Per il partner violento i contatti esterni alla coppia possono rappresentare un ostacolo, in quanto potrebbero minare la dipendenza del/la compagno/a e interferire con il prosieguo di quel tipo di relazione, o potrebbero portare confronto con altre persone e con nuovi elementi con cui leggere la "realtà" proposta dal partner (es. “era solo uno schiaffetto, non esagerare, nelle coppie capita di litigare”). Limitare progressivamente le frequentazioni (spesso con scuse banali, altri impegni, antipatie, ecc.) lascia alla vittima il partner violento come unico punto di riferimento, con meno elementi di realtà, in una percezione sempre più limitata e confusa. La complessità di queste dinamiche per chi le vede dall'esterno (es. amici, colleghi) le rende spesso difficilmente comprensibili, e possono portare a ritenere che la vittima abbia fatto una consapevole e legittima scelta, che viene magari criticata ma non vista nei suoi elementi di disfunzionalità, lasciando la vittima ancora più sola e allontanandosene.
     
  • Controllo: Il controllo da parte del partner può assumere inizialmente forme molto blande, ed essere quasi scambiato per premura, per una serie di attenzioni e cortesie. Accompagnare al lavoro, accompagnare dal parrucchiere o a fare la spesa, controllare con una telefonata dove è e cosa sta facendo, all’inizio non destano troppe preoccupazioni, anzi. Tuttavia se pervasive e rigide potrebbero segnalare già un tentativo di controllare e limitare l’autonomia del partner e questo, insieme all’isolamento, potrebbe creare le condizioni in cui una relazione violenta può  manifestarsi.
     
  • Deresponsabilizzazione personale e responsabilizzazione del partner: il partner violento non si assume la responsabilità di quanto fatto, di solito la attribuisce all'altro partner o a cause esterne o a terze persone. Non c’è consapevolezza delle responsabilità né delle conseguenze, e ciò rende più probabile e meno problematico per l’aggressore un successivo agito violento, per il quale non percepisce chiaramente una responsabilità.
     
  • Il “test della cameriera”. C’è infine un ultimo “segnale di allarme” descritto da Craver che vale la pena ricordare anche perché può essere valutato empiricamente da chiunque nella vita quotidiana: il “test della cameriera”. Secondo l’autore il modo in cui un uomo tratta una cameriera (o un’altra figura “neutrale” del sesso opposto) è indicativo del modo in cui lo stesso uomo tratterà la sua compagna alla fine della fase della luna di miele (cioè indicativamente circa sei mesi dopo l’inizio della relazione). Se sbraita, grida, umilia una cameriera, un’impiegata, o un’altra figura dello stesso tipo, allo stesso modo probabilmente sbraiterà, griderà, umilierà la fidanzata alla fine dell’idilliaca fase iniziale dell’innamoramento.
      

 

Ogni situazione naturalmente va valutata con attenzione e singolarmente, per non incorrere in “falsi allarmi” e generalizzazioni, tuttavia può essere utile riflettere su questi aspetti all’inizio di una relazione.

 

Purtroppo non sempre è possibile riconoscere i “segnali di pericolo”, e a volte quando si riconoscono si è già troppo invischiati per riuscire ad uscirne da soli. Subentra, oltre alla confusione, anche il senso di colpa per non essere stati in grado di capire prima, per esserselo “meritato” (anche perché in fondo rimane viva la suggestione offerta con le mezze frasi dal compagno “Tu sai perché…”, che non dicono nulla ma attivano dinamiche interne confusive e colpevolizzanti). C'è inoltre un investimento affettivo che si può aver fatto sul partner prima che manifestasse pienamente la sua natura, e anche un investimento in termini di progetti di vita e di immagine di sè futura (es. progetti di genitorialità), investimenti affettivi che devono essere ritirati e trasformati, che richiedono un tempo di elaborazione e di lutto per quelle parti di sè, e che quindi rendono dolorosa e lunga l'uscita da certe relazioni. 

È importante allora riuscire a parlarne, rompere l’isolamento dalla rete sociale, e chiedere aiuto ad un professionista riformulando una corretta riattribuzione delle responsabilità all’interno della coppia. In una relazione violenta l’unica persona che sbaglia è chi agisce la violenza. Chi la subisce ha invece diritto di essere aiutato.

 


 

 

BIBLIOGRAFIA
 

  • Bonura M.L., "Che genere di violenza. Conoscere e affrontare la violenza contro le donne", Centro Studi Erickson Edizioni, 2016.
     
  • Schimmenti V., Craparo G., "Violenza sulle donne. Aspetti psicologici, psicopatologici e sociali", Franco Angeli, Milano, 2016