L'EMPATIA



"Sapeva ascoltare e sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente, i segni che la gente si porta addosso".  (Alessandro Baricco)

Empatia o “empatismo”?

Quando parliamo di empatia possiamo definirla - nel linguaggio comune – come la capacità che ciascuno di noi in vario modo ha di mettersi nei panni dell’altro, di sentire, di “patire” le sue stesse emozioni e sofferenze.

La sperimentiamo nella vita quotidiana, nelle relazioni che normalmente intessiamo: l’empatia ci consente perlopiù di comprendere in modo immediato, anche senza ricorrere alla comunicazione verbale, lo stato d’animo, le emozioni, i vissuti di un’altra persona.

È una capacità che potremmo definire “naturale”, che le persone sperimentano nelle interazioni con gli altri, e che risponde alle teorie della mente che ci costruiamo, cioè alle teorie che ognuno implicitamente si costruisce sul modo in cui la mente dell’altro e la propria mente funzionano: consente ad ogni persona di leggere, di riconoscere e di sintonizzarsi sugli stati mentali dell’altro.

La psicologia ha ampiamente studiato il concetto di empatia, in cui si intrecciano e convergono diverse prospettive e ambiti di studio, tra i quali psicoanalisi, neuroscienze, fenomenologia, psicopatologia. È un termine che, seppur all’apparenza semplice, ad una più attenta analisi rivela tutta la sua complessità.

Stefano Bolognini ha cercato di fare chiarezza sull’empatia, illustrando come a volte ci sia il rischio di aderire ad un concetto di empatia caratterizzato da un “alone semplificante, buonistico, dolciastro e confusionale” (l’ “empatismo”), e spiegando come invece l’“empatia psicoanalitica” si caratterizzi come qualcosa di diverso, più complesso, e che implica un movimento integrativo in un percorso analitico.

L’empatismo può essere considerato una deriva del concetto di empatia, e a differenza di quest’ultima non sarebbe un atto naturale, quanto piuttosto un atto intenzionale e programmato. Implica infatti uno sforzo di assumere intenzionalmente un atteggiamento empatico, un “decidere di essere empatici”.

Ciò sembra in linea con alcuni approcci psicologici più “romantici”, in cui si ritiene che “se l’analista ‘empatizza’ pare sia almeno a metà dell’opera” (Bolognini, 2002); ma naturalmente non funziona esattamente così.

Un primo ostacolo a ciò infatti lo sperimentiamo anche quando siamo alle prese con le normali relazioni della nostra quotidianità: non si può decidere di “accendere” l’empatia allo stesso modo in cui invece possiamo decidere di accende una luce. Pensare di potersi “sforzare” di essere empatici ci espone inoltre al rischio di inautenticità e, in ambito clinico, di fallimento. Pensare di poter “decidere” di essere empatici ci può far credere di poter evitare la fatica e l’incertezza di intraprendere quel percorso più lungo e accidentato che ci porta solo progressivamente (e non sempre, o non necessariamente) ad entrare effettivamente in empatia con l’altro. Un percorso nel quale potremmo dover entrare in contatto anche con sensazioni ed emozioni a volte “scomode”.

A maggior ragione, quindi, nella relazione clinica è utile riconoscere come lo “sforzarsi” di esser empatici possa portare a scadere in un empatismo buonista. Questo sforzo, sostenuto magari da illusioni narcisistico onnipotenti o dall’autocompiacimento, e che non corrisponde ad un reale coinvolgimento nella situazione analitica, potrebbe non consentire di osservare pienamente quanto accade all’interno della relazione analitica tra paziente e terapeuta, o potrebbe impedire di sentire e riflettere su ciò che ciascuno effettivamente prova, o impedire di attendere gli sviluppi della situazione terapeutica, spingendo per un’ “empatia” che “deve” esserci.

Ma come acutamente spiega Bolognini, quando ci si trova a ripercorrere con il paziente una condizione di “deserto relazionale”, allora lo psicoanalista deve poter attraversare a piedi quel deserto, accompagnando il paziente e camminando a piedi insieme a lui, non con la jeep. Non è possibile decidere di prendere una percorso o un mezzo alternativo o più rapido: l’empatia non è una jeep; l’empatia non si forza, si deve procedere a piedi.

Percorrendo questo “deserto” o altri “paesaggi” del mondo interno del paziente incontreremo necessariamente anche emozioni spiacevoli – odio, vergogna, ostilità o quant’altro -, ed è pertanto necessario poter uscire dal buonismo e da una concezione melliflua dell’empatia come “empatismo” per potersi invece disporre ad entrare in contatto in modo autentico con tutte le parti e i sentimenti – anche spiacevoli – che l’altro attraversa, e per contattare anche i propri sentimenti mentre si cammina nel deserto insieme a lui, o al limite per poter ammettere di non riuscire a “sentire” l’altro, ammissione che consente di evitare di rimanere intrappolati in un’illusione di un contatto che in realtà manca o dal quale ci si sta difendendo, ammissione che quindi può consentire poi di superare l’impasse e riprendere il cammino.

Emerge quindi un concetto più “sano” di empatia che secondo Bolognini prevede “separatezza e differenziazione, attenzione e capacità di mantenere operante il pensiero teorico”.


L’empatia psicoanalitica

L’empatia psicoanalitica rappresenta l’esito non prevedibile di un processo che riguarda il “sentirsi” reciproco dei due soggetti coinvolti nel processo analitico, l’interazione dei loro mondi interni e l’integrazione successiva dei vari elementi. In tutto ciò conta la disposizione empatica dell’analista, cioè la sua autentica capacità di sentire l’altro “da dentro”, anche attraverso l’attenzione al controtransfert. L’empatia diventa così anche il mezzo attraverso il quale accedere a quella parte interna dell’altro di cui egli stesso non è consapevole.

Per comprendere cosa sia l’empatia psicoanalitica dobbiamo però allontanarci dalla “mistica dell’empatia”, e riconoscerla non tanto una premessa quanto una meta, il cui raggiungimento non è poi così sicuro e scontato come desidereremmo fosse.

L’empatia psicoanalitica si realizza infatti quando le cose vanno bene ed in fortunate circostanze, in modo non programmabile. Come spiega Bolognini, può essere paragonata ad un evento meteorologico: possiamo quindi solo disporci al meglio attendendo che si manifesti questo evento.

Allo stesso modo dobbiamo allontanarci dalla “retorica della condivisione” in quanto anche la condivisione, come l’empatia, non può essere decisa a priori: si può solo rimanere attenti e vigili rispetto all’imprevedibilità del suo accadere. Anche perché ciò che è troppo intenzionale e programmatico nella psicoanalisi porta con sé un elevato rischio di inautenticità e fallimento.

L’empatia psicoanalitica è dunque un evento intra ed inter-personale che rappresenta l’esito di un processo di comprensione, che coinvolge il complesso intrecciarsi dei due mondi interni – quello dell’analista e quello del paziente – che entrano in relazione profonda. Si verifica quando si organizzano e si elaborano delle esperienze di immedesimazione concordante, quando c’è un sentire ed un pensare armonicamente comuni, in cui la condivisione è una premessa, ma è pur sempre una premessa grezza - per quanto necessaria - che non è necessariamente garanzia del prodotto finale.

Se infatti la condivisione delle esperienze e delle emozioni che i pazienti depositano nell’analista è un necessario precursore dell’empatia psicoanalitica, solo il successivo processo di comprensione che richiede l’ascolto e l’organizzazione di un insieme di sensazioni e di pensieri, e che coinvolge anche una ascolto del controtransfert, porterebbe portare come conseguenza integrativa e matura di questo processo alla vera e propria empatia psicoanalitica.


“Come” o “cosa”?  

Nella stanza d’analisi, nell’incontro tra paziente e terapeuta, assume importanza crescente il “come” si fa, rispetto al più classico “cosa” si fa.

Rimane certamente fondamentale l’esplorazione e l’analisi dei desideri, delle paure, dei bisogni, delle fantasie inconsce (il “cosa”), ma diventa allo stesso tempo sempre più importante il modo in cui questi aspetti vengono contattati, scoperti, condivisi, elaborati e trasformati nell’interscambio tra paziente e terapeuta (il “come”).

In quest’ottica quindi la possibilità di lavorare insieme per costruire una empatia psicoanalitica è un elemento cruciale, insieme alla capacità di non cadere nelle insidie dell’empatismo.

C’è infine un aspetto di reciprocità che non va dimenticato, come ricorda Bolognini, citando Pao: entrambi, sia l’analista che il paziente, devono partecipare attivamente all’esperienza. Così facendo si crea una intricata rete di comunicazioni e di connessioni tra queste comunicazioni, le quali si esprimono su diversi livelli, sia verbali che non verbali. Si crea così una complessa rete empatica, la cui costruzione è sempre un lavoro lungo e che richiede molta pazienza, nonché tempo, in quanto questa capacità di costruire la rete empatica si può solo apprendere nel tempo, non potendo essere insegnata. Diventa centrale la relazione.

La crescente attenzione rivolta alla relazione è quindi un aspetto essenziale, in essa si genera incontro, esperienza e cambiamenti interni

“[…] gli psicoanalisti, in un’area intermedia tra scienza e arte (o perlomeno artigianato) sono capaci di descrivere efficacemente, di evocare e di trasmettere agli altri, in un modo profondamente connesso all’esperienza, non solo concetti e teorie astratte, ma anche fantasie, atmosfere, colori, temperature, e soprattutto sentimenti: ciò che davvero genera incontro, esperienza, e cambiamenti interni potenziali dentro a noi stessi, così come dentro i nostri pazienti. Questo è il risultato della nostra attenzione alla relazione, non meno che alle pulsioni” (Bolognini, 2017).


BIBLIOGRAFIA

  • Bolognini S., Discorso di apertura al Congresso IPA – Buenos Aires 2017
  • Bolognini S., L’empatia psicoanalitica, Bollati Boringhieri, Torino, 2002
  • Galotti A., L’empatia psicoanalitica in un lavoro di Stefano Bolognini”, www.geagea.com.42/indi/42_10.htm      
  • Rossi Monti M., Empatia psicoanalitica ed empatia naturale, Atque, 25/26, 127-138, 2002