PERCHE' ANDARE DALLO PSICOLOGO?


“Cercare la felicità fuori di noi è come aspettare il sorgere del sole in una grotta rivolta a nord”. 

(Proverbio tibetano)


Quante volte si sente dire “...ma perché dovrei andare dallo psicologo? Non sono mica matto, io!”. In realtà solo chi è sufficientemente integro o possiede un Io sufficientemente sano è in grado di comprendere autonomamente che c’è una difficoltà, che qualcosa non va, e quindi può decidere di affrontarla. Altre volte invece questa consapevolezza è compromessa proprio dal disturbo, ed è quindi necessario che chi soffre venga indirizzato ad un percorso di aiuto da chi gli sta vicino, intervenendo prima che una piccola sofferenza si trasformi in qualcosa di cronico e invalidante.

Lo psicologo inoltre, è bene ricordarlo, non si occupa solo di disturbi e patologia: lo psicologo o psicoterapeuta si occupa anche di promozione del benessere, quindi di sostegno di risorse, empowerment, consulenza (counseling), crescita personale, miglioramento della qualità della vita, anche in assenza di patologia.

Quindi perché ci rivolgiamo ad uno psicologo o psicoterapeuta? Fondamentalmente per due motivi:

  1.  perché stiamo male, perché sentiamo un disagio: ci può essere una sofferenza, una tristezza o un’ansia che non ci fanno più stare bene con noi stessi o con gli altri; oppure sentiamo che non riusciamo a superare un lutto, un trauma, una separazione; o ancora notiamo una difficoltà nella relazione con gli altri o con il partner; oppure vediamo una difficoltà in nostro figlio, o una nostra difficoltà come genitori a confrontarci con la sua crescita; oppure abbiamo un disturbo che coinvolge il nostro corpo (ad esempio un dolore allo stomaco) che dai vari esami medici svolti risulta non avere alla base nessun disturbo su base  organica; e così via;
  2.  perché stiamo abbastanza bene, ma vogliamo migliorare il nostro benessere psicologico: vogliamo cioè potenziare le nostre risorse, la nostra capacità di affrontare al meglio i compiti più impegnativi, vogliamo sostenere la nostra resilienza, oppure ritrovare la forza di raggiungere tutti i nostri obiettivi; oppure perché vogliamo gestire al meglio il nostro stress quotidiano o affrontare al meglio delle prove lavorative, sportive, relazionali.

Ma la decisione di andare da uno psicologo o psicoterapeuta non è una decisione semplice. Al di là dell’obiezione ricordata all’inizio, ci possono essere anche altre resistenze: di tipo personale, culturale, o sociale. Tra di esse le più frequenti sono riassumibili in alcune frasi tipiche che si sentono dire spesso:


  a.  “Mi serve solo un po’ di tempo; col tempo passerà...”. 

Questa è una delle frasi più frequenti e, nella sua banalità, una tra le più pericolose: ci lascia in un immobilismo che non dà sollievo; anzi, ci fa sentire in colpa se questa sofferenza non passa “magicamente” da sola dopo un po’.

In alcuni casi un po' di tempo è proprio quello che serve: nessuno si aspetta ad esempio che un lutto si superi in pochi giorni. Ma se il suo decorso fisiologico sembra non concludersi, evidentemente c’è qualcosa che si è bloccato e che richiede un intervento prima che sia troppo tardi, prima che ci sia una cronicizzazione, con ulteriori inutili ed evitabili sofferenze.

L'idea che che col tempo passi tutto è inoltre molto presente quando si tratta di bambini: spesso c’è l’erronea convinzione che i bambini non capiscano, non conservino memoria degli accadimenti, o che questi lascino tracce talmente deboli che essi supereranno in fretta qualunque difficoltà, disagio, o paura. Ma non è così, anzi: le difficoltà non affrontate rischiano di rimanere, come una “zavorra”, ad interferire negativamente sul superamento delle successive tappe evolutive.


  b.  “Perché parlare dei fatti miei con un estraneo? Ne parlo con il mio Medico di Famiglia: è lo stesso!”.

Un lieve timore di confidarsi con un “estraneo” è presente in tutti i contesti legati alla salute: che si tratti di andare dal dermatologo, dall’andrologo o dallo psicologo, ci si trova comunque a dover mostrare allo specialista una parte di sé sofferente, fragile o malata, che non si vorrebbe scoprire. Ma, superate le prime diffidenze, ci si affida sempre allo specialista sapendo che si occupa proprio di questo, che è competente in materia, e che può farci stare meglio.

Il Medico di Base, se esperto e preparato, sa che non è lo stesso parlare con lui o avere un colloquio psicoterapeutico con uno specialista: è una questione di aree di competenza professionale, non di disponibilità. Se è bravo e preparato quindi, oltre ad essere disponibile ad ascoltare il suo paziente, saprà anche suggerirgli di consultare uno psicologo o psicoterapeuta nel momento in cui sospetterà un problema psicologico (di ansia, depressione, somatizzazione o altro), allo stesso modo in cui per una sospetta cardiopatia suggerirà di contattare un cardiologo. Solo uno specialista infatti può fare una corretta valutazione e di conseguenza un piano terapeutico efficace che porti a risultati concreti, con riduzione dei sintomi e miglioramento della salute.


  c.  “Mi basta una pillolina e passa tutto, senza dover andare in terapia per anni!”

Dietro questa frase si nascondono da un lato il desiderio di trovare soluzioni immediate, desiderio sempre più presente nella nostra frenetica quotidianità, e dall’altro la normale paura ad avvicinarsi ad una propria zona di sofferenza.

Una pillolina non ci fa domande, non ci chiede cosa proviamo, un terapeuta sì. Andare dallo psicologo significa attivarsi e mettersi in gioco in prima persona, avvicinandosi al proprio disagio oppure andando a ricercare nuove risorse. Ma significa anche riattivare le proprie risorse dimenticate e ritrovare il proprio senso di autoefficacia. Prendere una pillola significa invece delegare ad un mezzo esterno e impersonale il superamento del disagio, senza doversi assumere alcuna responsabilità, e con la speranza che dopo qualche pillola passi tutto. Ma siamo poi proprio così sicuri che il nostro vincolo con questa pillolina non durerà per anni?


  d.  “Fare ‘due chiacchiere’ con lo psicologo a cosa serve? Parlo già col mio partner/amico/con mia mamma!”

Certo la rete sociale (familiare e amicale) è una risorsa assolutamente utile e indispensabile nella promozione del benessere, ma non può fornire risposte sufficienti qualora si tratti di intervenire in modo significativo su un disagio profondo: in questo caso è necessario che intervenga uno specialista che sappia “dove andare a mettere le mani”. Un po’ come quando l’automobile ci dà dei problemi: siamo tutti più o meno capaci a rabboccare l’olio, ma se si tratta di sostituire la bobina di alimentazione chiediamo al meccanico di metterci le mani!

Bisogna inoltre considerare che a volte le reti familiari o certe relazioni di coppia portano con sé alcuni elementi disfunzionali dei quali, quando ci si trova al loro interno, a volte non ci si rende conto. Capita così che in alcuni casi proprio queste reti vadano a sostenere e ad alimentare la parte malata della persona (non necessariamente per "malafede", ma anche semplicemente perché è più facile mantenere lo status quo) invece di andare a sostenere la parte sana e a favorire un cambiamento. Diventa allora importante anche uno sguardo esterno a queste dinamiche.


  A chi rivolgersi?

Sono quindi numerosi e complessi i motivi per cui decidere di andare dallo psicologo può essere difficile. A volte sembra meno impegnativo rivolgersi a strade alternative che appaiono più “facili e veloci” (ma non sempre altrettanto efficaci) con professionisti del “benessere” e “operatori” di non meglio specificate discipline, magari non formati in psicologia ma in una delle mille nuove “professioni” che sembrano spaventare un po’ meno; oppure può sembrare più semplice partire per una vacanza per “superare il momento di stress”, o ancora “stringere i denti e tirare avanti”.

Eppure che il trattenere dentro di sé una sofferenza (o anche solo una momentanea difficoltà del quotidiano) sia un comportamento che può condurre a ben peggiori sofferenze, patologizzando e cronicizzando quella che poteva essere una semplice crisi momentanea, è cosa nota da sempre. E non è nota solo agli psicologi: basti pensare, per fare solo un illustre esempio, alle frasi che Shakespeare fa pronunciare a Malcolm nel Macbeth:

Cielo misericordioso! Ebbene, uomo,

non calatevi il cappello sulla fronte:

date parole al dolore: il dolore che non parla

bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi”    

[Shakespeare; Macbeth, IV, III]

E quale migliore modo di dare parole al dolore, prima che questo dia al cuore, bisbigliando sommessamente, l’ordine tremendo e perentorio di spezzarsi, se non attraverso quella che è stata definita una “talking cure”, cioè una “cura del parlare”: la psicoterapia? 

Sarà certo necessario affrontare le piccole paure iniziali, ma queste una volta affrontate potranno essere gestite al meglio e utilizzate per arrivare ad un cambiamento e al desiderato benessere. Perché, come sostiene anche Simona Argentieri: “Dobbiamo essere avvertiti che comunque si attivano potenti resistenze, dal rifiuto, al diniego, fino al rischio di interruzione del trattamento. Alcuni pazienti non sono infatti in grado di condividere aspetti di sé disprezzati e ansiogeni e temono che l’analista, svelandoli, li possa “liberare” al di fuori del loro controllo. Mentre noi sappiamo che è vero esattamente il contrario: sono le nostre parti scisse, rimosse, rinnegate che continuano a esercitare dai livelli inconsci il loro oscuro potere; mentre quando tolleriamo di riconoscere la complessità del nostro “sé”, possiamo negoziare” (S. Argentieri, “A qualcuno piace uguale”, 2010, p. 86, corsivo mio). 
Riconosciamo quindi la possibilità di "negoziare" e di incontrare tutte le parti del nostro Sé per poter vivere la nostra complessità invece di lasciare che alcune parti non riconosciute interferiscano con la nostra vita, agendo da livelli ancora non conosciuti.
Superando quindi le resistenze personali, sociali, culturali che impediscono di rivolgersi ad uno psicoterapeuta è possibile affrontare anche le parti inconsce che possono creare disagio o sofferenza, comprenderle, integrarle, superarle, e riprendere in mano la propria vita. Perchè, come giustamente affermava C.G. Jung, è necessario rendere cosciente l'inconscio, "altrimenti sarà l'inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino".