LA RELAZIONE MAMMA BAMBINO

Lo sviluppo della mente relazionale e l'attaccamento



“Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, viventi frecce, sono scoccati innanzi” (K. Gibran)


La mente del bambino, per potersi svilupparsi, ha bisogno di entrare in contatto con la mente degli altri

La “mente” e la “personalità” del bambino si organizzano attraverso le relazioni, in termini di un sé in rapporto con gli altri. Ciò è ormai confermato dai più recenti studi nei vari ambiti della psicoanalisi, delle neuroscienze e delle teorie dell’attaccamento.

Quindi la capacità del caregiver (di solito la mamma, ma in generale la figura di accudimento principale e significativa, che può anche essere il padre, il nonno, ecc.) di costruire degli scambi interazionali adeguati con il bambino nelle prime fasi della sua vita, andrà a favorire lo sviluppo del primissimo Sé, e metterà le basi per le successive capacità di regolazione degli affetti nonché della futura sicurezza/insicurezza all’interno delle relazioni che svilupperà nel corso della sua vita (Bromberg, 2006a).

Osservare la relazione madre-bambino ci consente quindi di guardare come vengono poste le "fondamenta" su cui si "costruirà" lo sviluppo successivo del bambino, e ciò consente di agire anche in un'ottica di prevenzione e di cura, e per favorire e sostenere lo sviluppo migliore del bambino e del mondo relazionale in cui è inserito. Anche il padre fa naturalmente parte di questo mondo relazionale, ed ha un ruolo importante, ma con delle peculiarità dovute ad aspetti sia biologici, sia psicologici, sia culturali che esamineremo in un altro articolo.


La relazione madre-bambino: dalla gravidanza alla nascita

La relazione della mamma con il bambino inizia ancor prima della sua nascita, con le sue prime fantasie sul “bambino che sarà”, sul bambino immaginario che diventa depositario di tutti i sogni e a volte delle molte paure che accompagnano la gravidanza.

Il periodo della gravidanza è caratterizzato da un intenso lavoro psichico della mamma e del papà, che coinvolge la loro relazione reciproca, le loro fantasie sul figlio, le loro relazioni passate con i rispettivi genitori. Questo lavoro psichico consente loro di costruire un “grembo psichico” e non solo fisico, di creare uno spazio mentale in cui accogliere il nascituro, e di mettere le basi per l’incontro con il “bambino reale”, e non più solo fantasticato, al momento della nascita.

Quando nasce, il bambino è da subito un essere sociale: pur immaturo su un piano fisiologico (sarà necessario un certo periodo per sviluppare la locomozione, il linguaggio, ecc.), egli nasce già in un certo senso “competente” per quanto riguarda la comunicazione.

Già dalla nascita si possono infatti osservare delle “protoconversazioni”, con un orientamento verso il genitore, la capacità del lattante di imitare alcuni movimenti della bocca e della testa degli adulti. Ci sono infatti delle competenze già presenti alla nascita nel bambino, biologicamente determinate, che tuttavia necessitano della relazione e dell’incontro con una madre che sia in grado di sintonizzarsi con lui per costruire un legame di attaccamento.


La relazione madre-bambino: lo sviluppo dell’attaccamento

Il legame di attaccamento (Bowlby, 1969) si sviluppa tra la madre (o altro caregiver) e il bambino dalla nascita e nei suoi primi anni di vita, iniziando a strutturarsi più compiutamente già verso i 7-9 mesi, e completandosi verso i 3 anni, ma con integrazioni e modificazioni che avranno luogo per il resto della vita nel corso delle relazioni significative. Insieme al legame di attaccamento si formeranno i modelli operativi interni, i quali diverranno una sorta di “mappa interna” in grado di orientare attraverso modalità tipiche il bambino (e poi l’adolescente e l’adulto) nel suo modo di “stare” nelle varie relazioni della sua vita.

Già dalla nascita e nel primo anno si osserva il comparire di azioni “sociali” del bambino che attivano una risposta nell’adulto (ad esempio il sorriso, già dalla quarta settimana) e che danno il via a cicli di interazione e di rispecchiamento mamma-bambino; si nota inoltre una propensione innata del bambino a ricercare la vicinanza protettiva della figura di attaccamento, cui il bambino ritorna (effetto base sicura) quando si sente stanco, minacciato, irrequieto, per poi ricominciare ad esplorare il mondo. Quando è invece la figura di attaccamento ad allontanarsi, allora il bambino attiva una protesta alla separazione, con pianti e urla, per richiamare la figura di attaccamento e ristabilire la vicinanza protettiva. Tutto ciò testimonia l'esistenza tra i due di un legame di attaccamento.

Compito fondamentale del primo anno di vita è infatti proprio questo: la costruzione di questo legame di attaccamento e di comunicazione emotiva tra il bambino ed il caregiver, un legame che continuerà a formarsi e consolidarsi nei successivi anni.

Il legame di attaccamento si sviluppa attraverso scambi interattivi e comunicativi tra madre e bambino. Sono scambi prevalentemente visuo-facciali (come accade attraverso l'uso del sorriso e dello sguardo), tattili (ad esempio durante le cure quotidiane, il cullare, tenere in braccio); e uditivo-prosodici (attraverso la voce materna, il ritmo della ninna-nanna, la voce calma che lo rassicura quando sta male).

Durante questi scambi la madre deve sintonizzarsi sul piano psicobiologico con il bambino, e quindi riuscire a rispondere all’alternarsi di stati diversi di attivazione interna del bambino, al crescendo e decrescendo di attivazione che il bambino sperimenta dentro di sé. Il bambino non ha infatti ancora maturato una capacità autonoma di regolare questi stati, ed è pertanto la madre che sintonizzandosi con lui deve modularli, riducendoli se eccessivi, e stimolandone l’attivazione se è carente. Si avvia così una sorta di dialogo tra i due, in cui le espressioni facciali e le emozioni collegate, le vocalizzazioni, e i movimenti reciproci, guidano l’interazione, attraverso una “condivisione di stati” e attraverso interazioni (anche brevissime, momento per momento), in cui i due si sintonizzano sullo stato dell’altro, modulando e aggiustando le proprie interazioni.

Ci sono naturalmente anche dei momenti in cui la sintonizzazione della madre con il bambino non è “perfetta”, come ci illustra lo Still Face Experiment di E. Tronik (come si vede nel video). Questi momenti provocano una temporanea rottura del legame di attaccamento e quindi uno stress per il bambino, che egli non è ancora in grado di affrontare in modo autonomo. La madre può però intervenire sintonizzandosi sull’affetto negativo sperimentato dal bambino e aiutarlo così a regolare l’affetto negativo attraverso una copartecipazione. Questo alternarsi di “rotture e riparazioni” è la norma nelle interazioni, e la rottura non è di per sé nociva se c’è poi una riparazione, anzi consente al bambino di sperimentare progressivamente che esistono anche gli affetti negativi, che questi possono essere tollerati, e che si può regolare lo stress che deriva dalla relazione, mettendo così le basi per lo sviluppo di una capacità di regolazione autonoma degli affetti.   

 


I modelli operativi interni

Nel corso del primo anno abbiamo dunque, insieme allo sviluppo del legame di attaccamento, anche la costruzione di un modello operativo interno dell'attaccamento, il quale è una sorta di "mappa" che codifica le strategie di regolazione affettiva  e che guiderà l'individuo nei contesti relazionali

Questa “mappa interna” si forma nel bambino a seguito delle ripetute interazioni con la figura di attaccamento (es. la mamma, ma non solo), e riguarda la posizione che ha il Sé in relazione alla figura di attaccamento. Il ripetersi delle varie interazioni fa sì che il bambino possa costruire una serie di modelli di Sé in relazione con gli altri. Ciò gli consentirà di muoversi nel monto delle relazioni in base ad essi, sapendo in un certo senso già cosa lo aspetta. Ad esempio un bambino con uno stile di attaccamento sicuro avrà un modello operativo interno in cui è prevista da un lato una figura di accudimento amorevole e attenta che si prende cura di lui, e dall’altro lato un’immagine di un Sé meritevole di amore, ed egli si muoverà nelle relazioni guidato da esperienze e attese di questo tipo.


Gli stili di attaccamento

Mary Ainsworth ha evidenziato il ruolo della sensibilità materna nel promuovere un attaccamento sicuro nel bambino. In base alla sensibilità materna, e quindi alla capacità di sintonizzarsi e di rispondere alle comunicazioni del figlio, il bambino può sviluppare quattro stili di attaccamento:

- attaccamento sicuro: il bambino considera la mamma una base sicura, disponibile nei momenti di stress, in grado di rispondere in modo sensibile alle sue esigenze. Se la madre si allontana può essere disturbato dalla separazione, ma quando ritorna riprende velocemente la relazione con lei, accettando il conforto che lei offre e ritornando serenamente ai giochi e alle interazioni. La Ainsworth ha osservato che le madri di bambini con questo stile di attaccamento sono sensibili, sintonizzate col bambino, offrono accudimento giocoso e contenimento.

- attaccamento insicuro evitante: il bambino sembra incapace di dimostrare angoscia quando la madre si allontana, rimane “distaccato”, e quando la madre ritorna non ne cerca il conforto, non ne cerca la vicinanza, e rimane guardingo rispetto alla relazione e alla ripresa del gioco. Le madri di questi bambini sembrano meno sintonizzate con il bambino, meno in grado di rispondere alle sue esigenze se non in modo funzionale e concerto, mentre rispondono in modo meno efficiente su un piano affettivo.

- attaccamento insicuro ambivalente: il bambino è molto angosciato dalla separazione, ma allo stesso tempo sembra molto angosciato e ambivalente al ritorno della mamma: scalcia e si arrabbia ma intanto cerca il contatto, si avvicina ma spinge via la mamma, non riesce a riprendere il gioco. Le madri di questi bambini possono rispondere in modo sensibile ai bambini, però non in modo costante, e offrono così al bambino delle risposte imprevedibili.

- attaccamento disorganizzato: è un tipo di attaccamento che si sviluppa in contesti di cura particolarmente difficili, di solito si sviluppa in situazioni di trauma, abusi e maltrattamenti. Determina una disorganizzazione dell’attaccamento, con risposte relazionali inadeguate, quali movimenti stereotipati al ritorno della figura di attaccamento, risposte di congelamento, ecc.

Numerosi studi hanno messo in evidenza una forte correlazione tra lo stile di attaccamento della madre e lo stile di attaccamento del bambino (Fonagy, Target, 2001). Una ricerca di Fonagy sulle donne in gravidanza ha evidenziato che nel 75% dei casi era possibile prevedere, sulla base dello stile di attaccamento materno ai propri genitori, il futuro stile di attaccamento del bambino. Ciò significa che la rappresentazione mentale della relazione tra la futura madre con i suoi genitori ci dà indicazioni utili sullo lo stile di attaccamento del bambino, utili anche per un eventuale intervento a supporto della relazione madre-bambino e dello sviluppo.

Ad esempio una mamma che è riuscita ad elaborare in modo coerente il proprio passato e le proprie relazioni infantili con i genitori può riuscire ad accettare il proprio passato, perdonare i torti, accedere alle relazioni con maggiore fiducia, una fiducia relazionale che può essere poi interiorizzata dal bambino.

Una mamma che non è riuscita ad elaborare il proprio passato relazionale può trovarsi invece ancora invischiata nelle proprie relazioni infantili, che sono descritte in modo incoerente; può avere difficoltà a separarsi dalla famiglia di origine da cui risulta ancora dipendente emotivamente, e provare ancora risentimento e ostilità per quanto vissuto nell’infanzia, ma allo stesso tempo cercare ancora di conquistare la stima e l’affetto dei genitori. Il bambino in questo clima manifesta la stessa ambivalenza, con una ricerca ansiosa della mamma, ma allo stesso tempo un vissuti di rabbia e di paura.

Sul versante opposto troviamo le madri che appaiono molto distaccate rispetto alle proprie passate relazioni di attaccamento, che ricordano poco dell’infanzia e delle relazioni precoci, che danno poco valore al passato e non conservano ricordi affettivamente pregnanti nemmeno delle esperienze dolorose, quasi se ne volessero difendere negando e “cancellando” i vissuti del passato. Il bambino allo stesso modo tenderà così a mantenersi distaccato dalle relazioni emotivamente coinvolgenti, e a difendersi dagli affetti negativi come la rabbia e la paura.

Infine troviamo le madri con uno stile di attaccamento disorganizzato, di solito a seguito di abusi o traumi, che non sono in grado di sintonizzarsi sulle esigenze del bambino, di maturare una capacità di regolazione affettiva o processi di pensiero utili a comprendere eventuali stati di disagio del bambino; in questi casi troviamo una forte correlazione con uno stile di attaccamento disorganizzato anche nel bambino.

Le radici della relazione madre-bambino affondano quindi in parte nel presente della relazione attuale con il bambino, in parte nella storia relazionale della madre. Le relazioni di attaccamento sono comunque sempre in evoluzione e subiscono gli apporti positivi anche delle altre relazioni significative della propria vita (con il partner, con il padre, con altre figure significative) e permettono quindi il più delle volte di superare i piccoli impedimenti e le piccole difficoltà.

Ma quando le difficoltà sembrano più complesse è possibile trovare altri percorsi, anche terapeutici, per sostenere al meglio lo sviluppo della relazione e della mente del bambino.  


BIBLIOGRAFIA

  • Bromberg M.P. (2006a), “Destare il sognatore. Percorsi clinici”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009.
  • Bromberg M.P. (2011), “L’ombra dello tsunami. La crescita della mente relazionale”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2012.
  • Bowlby J., (1969), “Attaccamento e perdita. Vol. 1: L’attaccamento alla madre”, Boringhieri, Torino, 1972.
  • Bowlby J., (1973), “Attaccamento e perdita. Vol.2: La separazione dalla madre”, Boringhieri, Torino, 1975.
  • Bowlby J., (1980), “Attaccamento e perdita. Vol. 3: La perdita della madre”, Boringhieri, Torino, 1983.
  • Fonagy P., Target M. (2001), “Attaccamento e funzione riflessiva”, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Fonagy P., Gergely G., Jurist E., Target M., (2005), "Regolazione affettiva, sintonizzazione e sviluppo del Sé", Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Schore A. (2011), “Attaccamento, trauma, dissociazione. Una premessa neurobiologica”, in Bromberg M.P., “L’ombra dello tsunami. La crescita della mente relazionale”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2012.