UNO SPAZIO INEDITO IN PSICOTERAPIA

La neutralità del terapeuta: una base per creare uno spazio di riflessione inedita.

“Talvolta l’analista deve fare tutto ciò che è in suo potere per non diventare un oggetto dai contorni nettamente delineati o per non comportarsi come tale. In altre parole, deve permettere ai propri pazienti di relazionarsi con lui, o di esistere con lui come se egli fosse una delle sostanze primarie. Ciò vuol dire che egli dovrebbe essere disposto a sostenere il paziente in maniera non attiva, come l’acqua sostiene il nuotatore o come la terra sostiene colui che cammina, in altre parole deve essere lì per il paziente, deve essere utilizzato senza opporre eccessiva resistenza. Al di là e al di sopra di tutto questo deve essere presente, deve esserci sempre e deve essere indistruttibile, come l’acqua e la terra”. (Michael Balint)


Per chi non ha mai intrapreso un percorso di psicoterapia, di sostegno psicologico, consulenza o simili, può sembrare paradossale l’idea di rivolgersi ad uno sconosciuto per andare a scoprire aspetti intimi di sé. Come mi può aiutare – ci si potrebbe chiedere – una persona che non mi conosce?

E ancora più paradossale può apparire il fatto che il terapeuta, pur ascoltando fatti della vita privata ed intima di una persona, non abbia nessuna pretesa di diventarle “amico”, anzi, si guardi bene dal farlo.

Quindi, pur frequentandolo a volte per anni, il terapeuta in pochi casi dà del “tu” al cliente o paziente (a meno che non sia un bambino o un adolescente), né normalmente saluta con calorosi baci e abbracci. E ciò non per una presunta arrogante superiorità del terapeuta, o perché il paziente non sia una persona interessante, gradevole, o brillante. Il terapeuta non lo fa semplicemente perché sarebbe deontologicamente scorretto, e perché non sarebbe terapeuticamente utile. E sono proprio l’utilità clinica e l’efficacia terapeutica che devono guidare l’agire del terapeuta.

Al contrario è utile che il terapeuta sia e rimanga estraneo all’insieme di abitudini affettive e di condizionamenti con cui il paziente è cresciuto e vive, per potersi poi collocare insieme a lui in una area nuova e vuota, in cui entrambi (nonostante la cosiddetta neutralità del terapeuta) parteciperanno alla costruzione di un nuovo sapere e una nuova relazione: la relazione terapeutica. Perché, è bene ricordarlo, la cosiddetta "neutralità" non significa per il terapeuta rimanere al di fuori della relazione con il paziente, ma significa che vi entrerà con determinate modalità.

Il fatto che il terapeuta sia uno sconosciuto, cosa che inizialmente può essere percepita dal paziente come una difficoltà, un sentirsi esposto all’ignoto e quasi “nudo” proprio nella sua parte più fragile, sofferente o imbarazzata, diventa così invece una risorsa. Come spiega Pellizzari (2002):

"Proprio perché non c’entriamo per niente con lui e le sue vicende, possiamo diventare i confidenti del nostro paziente, Proprio perché non sappiamo nulla, possiamo diventare l’occasione di un nuovo sapere. [...]

In questo, io credo, consiste quella caratteristica fondamentale che viene definita la neutralità del terapeuta. Non la freddezza e la distanza professionale, cioè quell’indifferenza che tanto ci ferisce quando sperimentiamo l’essere pazienti, ma la capacità di trasformare la difficoltà di risultare degli sconosciuti nel vantaggio di inaugurare uno spazio inedito. Si tratta di una capacità che non è mai acquisita una volta per tutte, ma deve essere continuamente ricreata.

Il paziente infatti si aggrapperà come un naufrago al terapeuta, ripetendo con lui tutti gli errori e i fallimenti che hanno caratterizzato la sua vita relazionale, specialmente nei confronti delle figure che si sono prese cura di lui. Ora, se vogliamo salvare uno che sta affogando, dobbiamo usare la nostra acquaticità per difenderci dai suoi aggrappamenti che rischierebbero di ridurci nella sua stessa condizione, e porci a una giusta distanza, sentendoci sufficientemente solidi e comodi, per quanto possibile, in modo da fornire un appoggio utilizzabile.

Il paziente ha bisogno che il suo terapeuta sia uno sconosciuto e che rimanga tale, anche se sembra lamentarsi di questo.

L’aspetto neutrale e ignoto del terapeuta non è una distanza da buone maniere: «non prenderti troppa confidenza, rimani al tuo posto». è l’espressione di un intento terapeutico e conoscitivo essenziale: il mantenimento, o la creazione, di un’area di riflessione non scontata, che possa diventare sorprendente, che possa suscitare curiosità.”  [G. Pellizzari, 2002, pag. 55].

Il terapeuta interverrà quindi con la sua “acquaticità” nella relazione terapeutica, in modo da poter sostenere il paziente-naufrago con una neutralità che non sarà una fredda pratica di un concetto astratto: sarà, come scrive Pellizzari, una capacità (“che non è mai acquisita una volta per tutte”) di inaugurare uno spazio inedito, che sarà anche uno spazio co-costruito. Uno spazio quindi nuovo e unico anche in considerazione del fatto che ogni relazione paziente-terapeuta sarà unica e irripetibile.

Anche le più recenti teorie interpersonali e relazionali infatti evidenziano come sia necessario superare il concetto di una neutralità intesa semplicemente come distanza e “asetticità” del terapeuta, e sia invece necessario fare riferimento ad una relazione costruttiva con un terapeuta quale elemento del campo che, insieme al paziente, favorisce il cambiamento terapeutico, all'interno quindi di un campo terapeutico che è sempre un campo bipersonale, che necessariamente deve contenere sia le dinamiche che partono da entrambi i componenti della coppia presi singolarmente sia delle dinamiche attivate dalla coppia stessa.

Pertanto, rimanendo nella metafora del naufrago, ogni paziente si aggrapperà e nuoterà in modo diverso, si abbandonerà con maggiore o minore peso alla forza delle acque, intercetterà più o meno i movimenti del terapeuta, e quest’ultimo sentirà di rispondere in modo sempre nuovo e diverso ai movimenti di quello specifico e singolare naufrago, e così, movimento dopo movimento, dalla loro interazione si costruirà un nuovo spazio di azione comune che progressivamente potrà consentire al terapeuta di sostenere e farsi coinvolgere, mantenendo comunque (proprio in quanto “sconosciuto”) quella "distanza" e neutralità che consente di conservare una buona funzione terapeutica, e quindi di non farsi trascinare in fondo al mare ma di arrivare insieme al naufrago, con lo sforzo congiunto entrambi, fino a riva.


BIBLIOGRAFIA

  • Balint M., Balint E., (1983) “La regressione”, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • G. Pellizzari, (2002), “L’apprendista terapeuta. Riflessioni sul «mestiere» della psicoterapia”, Bollati Boringhieri Editore, Torino.
  • Safran J. D., Muran J.C., (2000) “Teoria e pratica dell’alleanza terapeutica”, Editori Laterza, Roma.