VIOLENZA DI GENERE

I tipi di violenza, gli esiti, e i percorsi di uscita dalla violenza

“There is one universal truth, applicable to all countries, cultures and communities: violence against women is never acceptable, never excusable, never tolerable”.  (United Nations Secretary-General, Ban Ki-Moon, 2008) 

[Trad.: "C'è una verità universale, applicabile a tutti i paesi, le culture e le comunità: la violenza contro le donne non è mai accettabile, mai scusabile, mai tollerabile".] 



La violenza di genere viene definita in  modo chiaro all'articolo 3 della Convenzione di Istanbul ("Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica"), convenzione adottata dal Consiglio d'Europa l'11 maggio 2011, siglata da 44 Stati del Consiglio d'Europa e ratificata da 27 Stati, tra i quali anche l'Italia: 


"Ai fini  della presente Convenzione:

a) con l'espressione "violenza nei confronti delle donne" si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata;

b) l'espressione "violenza domestica" designa tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all'interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l'autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima;

c) con il termine "genere" ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera come appropriati per donne e uomini;

d) l'espressione "violenza contro le donne basata sul genere" designa qualsiasi violenza diretta contro una donna in quanto tale, o che colpisce le donne in modo sproporzionato;

e) per "vittima" si intende qualsiasi persona fisica che subisce gli atti o i comportamenti di cui ai precendenti commi a e b;

f) con il termine "donne" sono da intendersi anche le ragazze di meno di 18 anni."

 

La Convenzione di Istanbul è il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante, ed il primo a introdurre il concetto di violenza di genere come violazione dei diritti umani.

Tuttavia, nonostante le chiare definizioni contenute nella Convenzione e nelle norme successive che, anche a livello nazionale, a questa si ispirano, bisogna ricordare che il "genere" è un costrutto socialmente determinato, che fa riferimento ai processi di socializzazione al genere che ci coinvolgono tutti da quando siamo bambini, e che risente delle influenze del contesto culturale e socio-relazionale in cui ciascuno è inserito.
Pertanto, al di là delle chiare definizioni fornite dalle norme nazionali e internazionali, è possibile che ciascuno di noi incontri dei bias personali e culturali che, in misura variabile, possono rendere difficile a livello soggettivo la comprensione e la definizione di un tema così complesso. Può essere utile pertanto andare a vedere alcuni concetti di base.


Violenza e conflitto

La violenza va sempre differenziata dal conflitto. Capita a tutti, in tutte le relazioni, di dover a volte affrontare il conflitto, di confrontarsi e confrontare i diversi punti di vista e le diverse opinioni, occasionalmente anche in modo acceso, vivace, animato. Ma ciò che fondamentalmente distingue il conflitto dalla violenza è la parità o disparità relazionale tra le parti. 

Nel caso del conflitto infatti siamo di fronte ad una situazione di parità relazionale in cui il confronto porta ad una negoziazione tra le due parti di una soluzione più o meno condivisa. 

Nel caso della violenza invece siamo di fronte ad una situazione di disparità relazionale tra le parti (per differente forza fisica, per dipendenza psicologica, per diversa disponibilità di risorse o status, ecc.) che non consente una negoziazione, ma che porta invece ad una prevaricazione di una parte sull'altra. 

Nel caso del conflitto quindi l'obiettivo del confronto è il raggiungimento di una soluzione negoziata alla crisi. Nel caso della violenza invece il cofronto passa in secondo piano e l'obiettivo non è più la soluzione della crisi, quanto la predominanza dell'uno sull'altro, fino all'annullamento (psichico e, in casi estremi, anche fisico) dell'altro in quanto tale.


Le diverse forme della violenza di genere

La violenza di genere non è solo violenza fisica. L'immagine stereotipata della donna picchiata o del suo esito più tragico, il femminicidio, rischiano di farci perdere di vista la complessità del fenomeno, che non si esaurisce qui, anzi. Di fatto difficilmente si incontra la pura e semplice violenza fisica, mentre molto più spesso questa si manifesta all'interno di una relazione in cui sono già presenti elementi di violenza psicologica, magari supportata da una violenza economica che non consente alla vittima quell’autonomia e indipendenza necessari per allontanarsi dal contesto maltrattante. Tuttavia possiamo provare ad illustrare il fenomeno a grandi linee descrivendolo attraverso le seguenti categorie:

- Violenza di genere: è la violenza rivolta alla donna in quanto tale, una violenza fondata sul genere, o che colpisce le donne in modo sproporzionato. Comprende gli atti di violenza, ma anche la minaccia di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita privata che in quella pubblica. Può esprimersi attraverso violenza fisica, violenza psicologica, violenza sessuale, violenza economica.

Violenza psicologica: comprende una serie di atteggiamenti minacciosi, denigratori, vessatori nonché tentativi di isolamento della vittima dal suo contesto di relazioni sociali, in una dinamica di controllo e assoggettamento che conduce la vittima ad avere ripercussioni sulla stessa identità, fino a sviluppare una ridotta capacità critica, di reazione, ribellione, autodeterminazione.

Violenza fisica: si esprime in tutte le azioni che vanno a lederne in modo diretto o indiretto l'integrità fisica, e si possono manifestare attraverso percosse, maltrattamenti, sevizie, mutilazioni, ustioni, strattonamenti, ma anche privazione del sonno o del cibo, accesso negato alle cure mediche, ecc.

Violenza sessuale: si ha quando qualcuno viene costretto con la violenza o con la minaccia o per mezzo di abuso di autorità o per mezzo di elementi che producono un alterato stato di coscienza (es. droga, alcool) a compiere o subire atti sessuali. La violenza sessuale può ave luogo anche all'interno di una coppia, qualora un partner non abbia prestato consenso, o qualora questi ritiri il consenso inizialmente prestato all'atto (ad esempio perché non condivide più le mutate condizioni di consumazione dell'atto stesso o anche semplicemente per un ripensamento).

Violenza economica: si ha quando il partner nega od ostacola l’accesso al reddito familiare o al conto bancario, oppure quando viene impedita o ostacolata la ricerca o il mantenimento di un’occupazione, oppure quando viene impedito di disporre di denaro proprio, in modo da creare dipendenza economica.

- Violenza domestica (o intimate partner violence – IPV): si manifesta con uno o più atti gravi, non episodici, di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica all’interno di un nucleo familiare o tra persone che attualmente o nel passato sono o sono state legate da una relazione affettiva, indipendentemente dal fatto che i due condividano o abbiano condiviso la stessa residenza.

- Stalking: si riferisce a ricorrenti atti persecutori, ripetute minacce o molestie che producono nella vittima uno stato grave di ansia o un timore per l’incolumità propria o di un proprio congiunto, oppure tale da costringere la vittima a modificare le proprie abitudine di vita. Può consistere in telefonate continue (anche mute), pedinamenti, presenza costante nei luoghi abituali di vita o lavoro della vittima, ecc.

- Femminicidio: è l'esito estremo della violenza di genere, che conduce all'uccisione della donna. Il termine esprime non tanto il genere della vittima, quanto il movente che sta alla base dell'omicidio, movente legato al genere. L'uccisione di una donna infatti non è di per sè definibile come femminicidio: è semplicemente l'omicidio di una donna. Viene invece definito femminicidio quando alla base dell'atto si riscontra un movente connesso alla violenza di genere.


Quali sono i segni e gli esiti della violenza?

Chi subisce violenza o maltrattamenti ne porta i segni a lungo, sia sul corpo che nella psiche.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità sostiene che “la violenza contro le donne rappresenta un problema di salute enorme. […] A livello mondiale, si stima che la violenza sia una causa di morte o disabilità per le donne in età riproduttiva altrettanto grave del cancro e una causa di cattiva salute più importante degli effetti degli incidenti stradali e della malaria combinati insieme” (WHO, 1997).

In un successivo report, a seguito della revisione sistematica di studi svolti in ben 81 paesi (WHO, 2013), l’OMS ha evidenziato l’incidenza di alcune patologie nelle donne vittime di violenza, evidenziando che nel mondo il 35% delle donne ha subito violenze fisiche o sessuali dal partner o violenza sessuale da un altro uomo. 

Gli esiti della violenza si manifestano su diversi piani della salute: fisica, riproduttiva, psicologica, relazionale (WHO, 2010; WHO, 2013a; WHO, 2013b; Schimmenti, Craparo, 2014).

Sul piano della salute fisica si riscontrano fratture, abrasioni, ferite lacero-contuse, ustioni. Alcune fratture tipiche potrebbero indurre i sanitari a valutare con attenzione la situazione anche in assenza di racconti espliciti di violenza. Tra queste troviamo: la frattura di entrambe le ossa dell’avambraccio e le fratture della mano (entrambe dovute al tentativo di proteggersi), la frattura di un ramo della mandibola, spesso il sinistro (come accade ricevendo un pugno, mentre i traumi da caduta di solito fratturano entrambi i rami o il corpo della mandibola), la frattura delle apofisi spinose (parti sporgenti delle vertebre, difficili da rompere se non con un urto violento, come con una bastonata), la rettilineizzazione del rachide cervicale (come nel “colpo di frusta”, che si ha quando ad esempio la vittima viene sbattuta contro il muro). Sono inoltre frequenti nelle vittime altre patologie di tipo diverso, quali emicrania e cefalee croniche, dolori articolari, disturbi gastroenterici, dolore pelvico cronico, ecc. Bisogna ricordare inoltre i possibili decessi conseguenti all’atto violento (compresi i femminicidi), sia nel corso dell’atto violento stesso, che con esiti a medio e lungo termine per patologie derivanti dalla violenza.

Per quanto riguarda la salute riproduttiva e i problemi sessuali, si riscontrano spesso complicanze della gravidanza, ma anche gravidanze indesiderate, aborti indotti o in condizioni di rischio, infezioni pelviche croniche, infezioni delle vie urinarie, malattie a trasmissione sessuale, dispareunia. Quando la violenza si manifesta durante la gravidanza (periodo in cui spesso insorge la violenza) sono frequenti gli aborti spontanei, oppure la nascita di bambini sottopeso o di bambini che hanno bisogno di cure intensive neonatali.

Sul piano della salute psicologica i disturbi più frequenti sono soprattutto depressione, disturbi d’ansia, disturbo post traumatico da stress, disturbi del sonno e dell’alimentazione, ridotta autostima, difficoltà di concentrazione, ideazione suicidaria. È importante ricordare che il fatto che una donna vittima di violenza possa manifestare un disturbo psicopatologico a seguito della violenza non significa che la stessa fosse affetta da un disturbo prima della violenza stessa, o che fosse "debole" o "patologica": non si tratta di "donne malate", si tratta di donne che spesso diventano "malate" a seguito della relazione violenta e dei maltrattamenti subiti. È un po’ come accade ai reduci di guerra: spesso rientrano dalle missioni affetti da diversi disturbi da trauma, ma ciò non significa che fossero soggetti deboli o patologici prima di partire, significa soltanto che l’esposizione quotidiana ai traumi ha fatto sì che sviluppassero un disturbo in conseguenza ai traumi stessi.

Frequente è ad esempio l’insorgenza del disturbo da stress post traumatico (PTSD) nei casi di violenza. Esso si manifesta attraverso sintomi intrusivi (es. ricordi e immagini della violenza ritornano involontariamente e in modo disturbante, come nei sogni e nei flashback), con reazioni di evitamento di situazioni, persone, pensieri, o sensazioni correlate all’evento traumatico, con alterazioni del tono dell’umore o delle capacità cognitive, della reattività e dell’arousal (es. si attivano reazioni fisiologiche alterate ed eccessive in presenza di stimoli che anche solo ricordano l'evento). Questo insieme di sintomi rende per la vittima difficile dare una risposta adattiva. Le vittime di violenza andrebbero quindi sostenute psicologicamente non in quanto “deboli” o “malate” (con il rischio che questa idea porti con sé anche un vissuto di colpa rispetto alla violenza: “è colpa mia perché sono debole”), ma proprio in quanto vittime. È importante poter riconoscere i gravi esiti che la violenza produce nella vittima sul piano psicologico, esiti dai quali la stessa ha il diritto di essere sollevata attraverso una adeguata presa in carico o psicoterapia, allo stesso modo in cui viene prontamente presa in carico per i traumi e le fratture sul piano della salute fisica.

Infine nelle vittime possiamo rilevare quale conseguenza della violenza anche comportamenti disfunzionali e disadattivi, quali abuso di sostanze o alcol, o comportamenti autolesivi, fino al suicidio.

Il tutto va ad agire negativamente anche sul piano delle relazioni in un modo molto complesso, agendo attraverso isolamento, colpevolizzazione, “schieramenti” dei familiari, difficoltà ad occuparsi dei figli, vissuti di impotenza e di impresentabilità sociale, ecc.


Quali percorsi per uscire dalla violenza

Per chi ha vissuto una condizione di violenza non è dunque semplice uscire da questa realtà relazionale che in qualche modo ha assunto una sua forma di equilibrio, un equilibrio disfunzionale, doloroso, ma pur sempre un equilibrio “conosciuto”, “familiare”, e che in quanto tale dà l’illusione di poter essere “gestito”. Ma in questo presunto “equilibrio” molto spesso la vittima ha perso il senso di sé, della propria identità e della propria realtà relazionale, della propria agentività. Si trova invischiata in dinamiche relazionali dalle quali è difficile uscire.

Per iniziare a pensare di uscirne bisogna quindi prima di tutto riconoscere la violenza, e riconoscere che è ingiusta, che non è frutto della propria debolezza, incapacità, o colpa. La violenza non è colpa della vittima; la violenza è sempre responsabilità di chi l’ha agita. Ma purtroppo la particolare dinamica che la violenza attiva nella psiche della vittima va a sostenere senso di colpa e di responsabilità della vittima, su cui sarà importante svolgere un approfondito lavoro psicologico, al fine di superare le convinzioni disadattive e disturbanti.

Dopo aver riconosciuto la violenza, si può iniziare a parlarne. Ma spesso la vittima si trova spinta in condizioni di progressivo isolamento da chi le agiva violenza, privata di contatti sociali con cui poterne parlare. Oppure si scontra con stereotipi duri a morire (es. “la donna “angelo del focolare” deve fare di tutto per tenersi il marito e la famiglia”), stereotipi che rendono impossibile un ascolto vero e portano a volte amici e parenti a ostacolare (magari anche in buona fede) la possibilità della vittima di parlare, di uscire dalla violenza e di proteggersi. Oppure può trovarsi in qualche modo implicitamente colpevolizzata (“ma se lui ha risposto così, tu cosa hai fatto prima?”).  

Può essere utile quindi conoscere anche i numerosi enti che si occupano in modo specifico della violenza di genere per ottenere un ascolto professionale: attraverso i numeri dedicati (es. 1522), o i centri antiviolenza presenti sul territorio, oppure rivolgendosi nell’emergenza anche al Pronto Soccorso. Ci si può anche rivolgere alle Forze dell’Ordine, dove è sempre più frequente incontrare personale appositamente formato, che può offrire la corretta accoglienza a donne che arrivano già psicologicamente molto provate. Inoltre è possibile parlarne con psicologi e psicoterapeuti per attivare un percorso verso il riconoscimento della violenza e l’elaborazione del trauma ad essa connesso.

Si può attivare infine così un riconoscimento istituzionale della violenza, e ciò consente anche l’accesso alle procedure di tutela della vittima, con modalità e iter specifici.

 

Il percorso psicologico di uscita dalla violenza

Per quanto concerne il percorso psicologico di uscita dalla violenza, il discorso è molto complesso, e necessita risposte mirate e individuali. Tuttavia in linea generale possiamo dire che tendenzialmente all’inizio ci potrà essere una fase di sostegno terapeutico di crisi, che si attua quando la violenza subita viene finalmente portata alla luce dalla vittima. In questo primo momento non è ancora possibile aprire uno spazio terapeutico come luogo puramente psichico e separato dalla realtà: sono di solito qui prevalenti i fatti di realtà: la denuncia, l’eventuale allontanamento, la cura dei traumi fisici se ci sono, il tentativo di attingere a relazioni amicali o familiari supportive. Tuttavia questi fatti hanno delle ripercussioni anche molto forti sul piano psichico, e andrebbero quindi seguiti con un primo sostegno. Partendo dai fatti inoltre si può iniziare un’analisi di alcuni vissuti importanti, come quello di impotenza e smarrimento, e si può iniziare ad intravedere alcune scelte alternative residue.

Gli elementi emersi in questa prima fase consentiranno poi di guidare il successivo intervento di psicoterapia. L’intervento di crisi infatti, per quanto utile, non è sempre sufficiente a ricostruire il mondo interno così fortemente provato delle vittime, ed è quindi necessario fare un ulteriore passo e darsi il tempo necessario per favorire, all’interno di uno spazio terapeutico sicuro e dotato di relativa autonomia rispetto alle spinte dei fatti esterni, una elaborazione del trauma in base ai tempi e alle spinte del mondo interno della vittima. L’autonomia dello spazio terapeutico dai fatti esterni non può che essere parziale, in quanto i vari eventi che avranno luogo successivamente (querela, testimonianza, assegnazione di misure cautelari o modifica delle stesse, ecc.) avranno necessariamente anche delle ripercussioni sul mondo interno della vittima, ma proprio lo spazio terapeutico potrà consentire di recuperare quella stabilità messa a dura prova dagli eventi, e sostenere il contenimento della sintomatologia da trauma che potrebbe ripresentarsi in tali occasioni.

Nel percorso di psicoterapia sarà necessario ricostruire un’identità infranta. Se pensiamo infatti a come la nostra identità e la nostra personalità si costituiscano proprio all’interno delle relazioni, in un rapporto di fiducia e intimità, è facile intuire il potere devastante che una violenza (il più delle volte agita proprio all’interno di queste stesse relazioni) può avere sul senso di Sé e sull’identità della vittima. Il suo senso di Sé, il suo senso di autoefficacia e la sua percezione di Sé nel mondo e nelle relazioni, tutti messi in crisi dalle violenze, dovranno essere recuperati e rafforzati.

Nella psicoterapia si incontreranno vari temi, tra i quali quelli della dell’impotenza e della colpa che paradossalmente assale le vittime; sarà necessario rendere pensabile l’impensabile, superare le difese, le negazioni, le scissioni, e rivisitare ed elaborare l’evento o gli eventi traumatici, favorendo così progressivamente una riduzione della sintomatologia conseguente al trauma della violenza. Sarà infine possibile arrivare alla consapevolezza che, nonostante ci siano stati dei danni, ci sono però anche delle risorse residue che consentiranno di ristabilire un nuovo equilibrio e di recuperare un adeguamento alla vita e alla quotidianità che nel momento della violenza sembrava essere andato perduto.

Recuperare quanto è accaduto, per quanto doloroso, riscattare il passato, pensare l’impensabile, riconoscere la verità di ciò che era dolorosamente indicibile, consentiranno progressivamente di recuperare la propria forza e la propria agentività. Perché “solo il passato riscattato non ritorna, quello rischiarato dalla coscienza: il passato da cui si è sprigionata una parola di verità” (M. Zambrano, “Lettere sull’esilio”).



BIBLIOGRAFIA

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  • Malacrea M. (1998), “Trauma e riparazione”, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Petruccelli I., Simonelli C., Grilli S. “La violenza di genere” (2014), in “Violenza sulle donne. Aspetti psicologici, psicopatologici e sociali”, (a cura di) Schimmenti V., Craparo G., ed. Franco Angeli, Milano.
  • Schimmenti V., Craparo G. (2014), “Violenza sulle donne. Aspetti psicologici, psicopatologici e sociali”, ed Franco Angeli, Milano.
  • WHO (1997), “Violence against women. Women’s health and development programme”, Geneve.
  • WHO (2010), “Preventing intimate partner and sexual violence against women”, Geneve.
  • WHO (2013a), “Global and regional estimates of violence against women: prevalence and health effects of intimate partner violence and non-partner sexual violence”, Geneve.
  • WHO (2013b), “Come rispondere alla violenza del partner e alla violenza sessuale contro le donne. Orientamenti e linee guida cliniche dell’OMS”, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2014.