TEST DELLA CAMERIERA E SEGNALI DI PERICOLO NELLE RELAZIONI

RELAZIONI E VIOLENZA

Le relazioni di coppia per quanto complesse, articolate, a volte faticose, dovrebbero garantire a chi le vive un certo benessere relazionale e un equilibrio di coppia che si rifletta poi anche nell’equilibrio personale. Non sempre è così. Il caso più difficile da affrontare è quello che riguarda le relazioni violente.

 

Nessuno sceglie consapevolmente di iniziare una relazione di coppia violenta (in una delle sue possibili forme: violenza fisica, psicologica, sessuale, economica, stalking), eppure molte persone vi si ritrovano invischiate. Sono relazioni che non nascono così, non nascono violente e terrificanti, ma lo diventano, di solito dopo un inizio idilliaco, quasi una favola che diventava realtà. Ad un certo punto possono cambiare drasticamente e, spesso, inaspettatamente.

Si tratta nella maggior parte dei casi di situazioni in cui le donne sono vittime di mariti e compagni violenti, ma non bisogna sottacere il fatto che ultimamente sono sempre più frequenti i casi di uomini che richiedono aiuto in quanto vittime. Per semplificare, farò qui riferimento alla violenza che più spesso si incontra, quella dell’uomo sulla donna, ma senza dimenticare che non è l’unica.

 

IL CICLO DELLA VIOLENZA

Cosa accade quando una relazione diventa violenta, e cosa fa sì che questa relazione continui, senza che la persona se ne allontani ai primi segni di violenza (o senza che se ne allontani anche dopo i successivi episodi di violenza)?

Per descrivere la dinamica che porta alla costruzione e al mantenimento di una relazione violenta possiamo fare riferimento al ciclo della violenza (Walker, 1979), in base al quale la relazione violenta si struttura attraverso quattro fasi tipiche, in un ciclo che si ripete e si rinnova continuamente, rendendone difficile l’uscita.

  1. Fase della luna di miele. Inizialmente c’è una fase idilliaca, di innamoramento, la cosiddetta “fase della luna di miele”, in cui tutto procede senza intoppi: i due si sono innamorati, lui mette lei al centro del suo mondo, la mette su un piedistallo, lei si sente riconosciuta e amata, lui si sente confermato nel suo essere speciale perché una donna degna di essere sul piedistallo lo ama, e così via, in un idillio che sembra senza fine.
  2. Fase della tensione. Ad un certo punto subentrano delle difficoltà, anche solo delle banali difficoltà quotidiane, ma infastidiscono estremamente lui, che inizia ad attribuirne la colpa alla compagna. Non lo fa a parole: tutto il crescendo della tensione traspare dalla mimica e dai non detti. Possono esserci delle mezze frasi (il classico “tu sai perché…” rivolto alla compagna che chiede il motivo di tanto nervosismo) che fanno sentire a lei che sta perdendo il controllo, che le sfugge qualcosa. Si sente confusa, non capisce, e allora può sforzarsi di essere gentile e di adeguarsi a quello che ritiene lui desideri, cercando in tal modo di far diminuire almeno un po’ la tensione, ma senza risultato. La violenza, anche se non si è ancora espressa, in qualche modo traspare, la si “respira” nell’aria. E spaventa, paralizza, confonde la vittima.
  3. Fase acuta della violenza fisica. Quello che prima era solo nell’aria si concretizza attraverso agiti violenti: lui la aggredisce, la picchia, la insulta, la ferisce, le lancia oggetti addosso. Lei non riesce a reagire sia per i vissuti di impotenza e per la confusione che le rimane ancora addosso dalla fase precedente, dai non detti e da quel clima di tensione mai espressa fino ad ora chiaramente, sia per la paura che una qualunque reazione possa innescare una violenza ancora maggiore. E a volte per la donna si tratta proprio di fare i conti semplicemente con la propria sopravvivenza. Spesso inoltre durante questa fase lui la costringe a dei rapporti sessuali, che non hanno nessuna valenza affettiva o di riavvicinamento della coppia, ma rappresentano invece una semplice espressione del dominio sulla compagna. E anche in questo caso lei, intrappolata tra impotenza acquisita e desiderio di sopravvivenza, non può che cercare di evitare di reagire, subendo così oltre alla violenza fisica anche una violenza sessuale (perché, è il caso di ricordarlo, il fatto che ci sia una relazione di coppia – di qualunque tipo essa sia – non consente a nessuno di andare contro il consenso dell’altro: in questo caso si tratta di violenza sessuale).
  4. Fase delle scuse e della riconciliazione. Dopo l’agito violento si ha un calo della tensione quasi immediato; lui sembra riacquisire il controllo di sé, sembra pentito, mortificato per quanto fatto, chiede scusa e si pente di tutto (ma ciò non significa che non ricomincerà). Il pentimento sembra effettivamente sincero e sentito. Tuttavia il più delle volte il pentimento si accompagna ad una minimizzazione dei fatti (“era solo uno schiaffetto, in una coppia si litiga, è normale”), oppure ad una attribuzione di tutte le responsabilità o alla compagna (“in fondo è colpa tua perché mi hai provocato”) o a cause esterne (“ero nervoso per il lavoro”). Non c’è una chiara ammissione delle responsabilità, e così facendo lascia la compagna nell’illusione di avere il controllo della situazione, lasciandole credere che lei possa intervenire per far sì che queste situazioni non si ripetano più, che lei possa evitare che il compagno diventi violento semplicemente stando più attenta e comportandosi “meglio”. Naturalmente non è così, ma la dinamica violenta fa credere alla vittima che sia possibile per lei risolvere tutto “comportandosi meglio” (il ché il più delle volte significa assecondare il suo pensiero, abbandonare la propria autonomia, la propria capacità di reazione, rimanendo sempre più intrappolata).  Dopo le scuse ed il pentimento, lui prova a giungere ad una riconciliazione e, per la paura di perderla, ritorna ad essere quel “principe azzurro” di cui lei si era inizialmente innamorata, riportando il ciclo nuovamente alla fase iniziale, alla fase della luna di miele. Lei ci crede, per paura, per confusione, per mantenere una coerenza interna che consenta anche una sopravvivenza psichica e che le fa ritenere che in fondo “quella volta era stato anche buono e gentile, quindi non può essere tanto cattivo”. E tutto ricomincia.

 

 

SEGNALI DI PERICOLO

Se le relazioni violente non iniziano come tali e lo diventano solo in un secondo tempo, potremmo individuare dei “segnali di pericolo” (Schimenti, Craparo, 2016) che ci avvisino del possibile rischio di essere catturati in questa spirale della violenza, segnali che magari ci spingano a starne alla larga? Secondo Craver (2002) sì: esistono alcuni aspetti cui è necessario fare attenzione all’inizio di una relazione, in quanto possono predire un possibile comportamento violento nel futuro:

  • Temperamento aggressivo: è forse la caratteristica più facilmente e immediatamente individuabile da chiunque, quella che intuitivamente tutti correliamo con un comportamento violento, ma che a volte sottovalutiamo. Una persona che si comporta di solito in modo irascibile, nervoso, violento in altri contesti, che si fa coinvolgere nelle risse o che se la prende con oggetti e persone, è più probabile che lo faccia anche in contesti intimi, di coppia. Anche le rassicurazioni offerte alla partner (“A te non torcerei mai un capello”) devono essere prese con cautela, in quanto nei fatti lui sta già dimostrando di avere la capacità e la facoltà di mettere in atto comportamenti violenti.
  • Attaccamento rapido: sembra controintuitivo, ma chi dimostra di attaccarsi con estrema rapidità al partner all’interno della relazione (magari dicendo “Ti amo” già dopo poche settimane), sembra sia più a rischio di manifestare agiti violenti in seguito. In fondo infatti, quello che segnala non è un vero attaccamento (che necessita di tempi più lunghi per svilupparsi), quanto invece un possibile tentativo di dimostrare un impegno nella relazione superiore a quello prevedibile per una sua fase iniziale, come se dovesse dimostrare di essere quel principe azzurro, da “luna di miele”, l’uomo dei sogni, il meglio in cui lei possa sperare, come se volesse comunicare che lei non può lasciarselo sfuggire e deve buttarsi con altrettanta rapidità e, soprattutto, in modo totale nella relazione che sta iniziando.
  • Isolamento della partner: se la partner deve buttarsi in modo totale nella relazione, allora i due potrebbero bastare a se stessi, senza la necessità di impegnarsi in relazioni esterne, di amicizia o familiari. E così progressivamente i contatti con l’esterno si riducono. La rete sociale della partner (amici, familiari, conoscenti) rappresenta per un uomo violento un serio ostacolo, in quanto può andare a minare la dipendenza della donna da lui, sostenendone invece l’autonomia, e può essere fonte esterna di aiuto per la partner, con un grave rischio per la relazione violenta. Egli quindi limita progressivamente le frequentazioni della donna con la sua rete sociale, lasciandola sempre più sola, con lui come unico punto di riferimento. E questo di solito viene favorito da chi, dall'eseterno, non capisce il permanere della vittima in una tale situazione e sbagliando ritiene sia una sua legittima e consapevole scelta, e quindi se ne allontana lasciandola ancora più sola.
  • Controllo: Il controllo del partner può assumere inizialmente forme molto blande, ed essere quasi scambiato per premura, per una serie di attenzioni e cortesie offerte alla compagna. Accompagnarla al lavoro, accompagnarla dal parrucchiere, accompagnarla a fare la spesa, controllare telefonicamente dove è e cosa sta facendo, all’inizio non destano troppe preoccupazioni. Tuttavia segnalano già il tentativo di limitare l’autonomia della partner e questo, insieme all’isolamento, sembra creare le condizioni adatte per una relazione violenta.
  • Deresponsabilizzazione personale e responsabilizzazione della partner: l’uomo violento non si assume mai la responsabilità di quanto fatto, di solito la attribuisce alla partner o a cause esterne o a terze persone. Non c’è consapevolezza delle responsabilità né delle conseguenze, e ciò rende più probabile e meno problematico per l’aggressore un successivo agito violento, per il quale non percepisce chiaramente una responsabilità.
  • Il “test della cameriera”. C’è infine un ultimo “segnale di allarme” descritto da Craver che vale la pena ricordare anche perchè può essere indagato attraverso un "test" di facile applicazione per chiunque anche nella vita quotidiana: il “test della cameriera”. Secondo l’autore il modo in cui un uomo tratta una cameriera (o un’altra figura “neutrale” del sesso opposto) è indicativo del modo in cui lo stesso uomo tratterà la sua compagna alla fine della fase della luna di miele (cioè indicativamente circa sei mesi dopo l’inizio della relazione). Se egli sbraita, grida, umilia una cameriera, un’impiegata, o un’altra figura dello stesso tipo, allo stesso modo egli sbraiterà, griderà, umilierà la fidanzata alla fine dell’idilliaca fase dell’innamoramento iniziale.

 

Ogni situazione naturalmente va valutata con attenzione e singolarmente, per non incorrere in “falsi allarmi” e generalizzazioni, tuttavia può essere utile riflettere su questi aspetti all’inizio di una relazione.

Purtroppo non sempre è possibile riconoscere i “segnali di pericolo”, e a volte quando si riconoscono si è già troppo invischiati per riuscire ad uscirne da soli. Subentra, oltre alla confusione, anche il senso di colpa per non essere stati in grado di capire prima, per esserselo “meritato” (in fondo rimane viva la suggestione offerta con le mezze frasi dal compagno “Tu sai perché…”, che non dicono nulla ma attivano dinamiche interne confusive). È importante allora riuscire a parlarne, rompere l’isolamento dalla rete sociale, chiedere aiuto ad un professionista e ricordare quali sono le vere responsabilità all’interno della coppia. In una relazione violenta l’unica persona che sbaglia è chi agisce la violenza. Chi la subisce ha invece diritto di essere aiutato.


BIBLIOGRAFIA

  • Bonura M.L., "Che genere di violenza. Conoscere e affrontare la violenza contro le donne", Centro Studi Erickson Edizioni, 2016.
  • Schimmenti V., Craparo G., "Violenza sulle donne. Aspetti psicologici, psicopatologici e sociali", FrancoAngeli, Milano, 2016